GINNASTICA: SPORT D’ALTRI TEMPI?
LA GINNASTICA: STRUMENTO DI NAZIONALIZZAZIONE
Qual’è il significato che don Passamonti, Peppino Colombo e gli altri dirigenti della Perseverant attribuiscono alla ginnastica?
Se proprio si voleva fare dello sport per attrarre i giovani all’oratorio e contribuire alla loro educazione, non si potevano fare altre scelte, magari più “comode” ed ugualmente valide?
Per rispondere a questa domanda occorre aprire un’altra parentesi nel nostro racconto.
Nel 1945 la ginnastica conservava ancora molto del suo fascino d’altri tempi. Non era solo perché il fascismo in anni più recenti l’aveva incoraggiata e promossa, come del resto aveva fatto con molti altri sport sotto il segno della volontà di rendere sportiva e guerriera un’intera nazione.
Molto più lunga e nobile è infatti la storia di questo difficile sport.
Pur senza scomodare l’antichità e limitandosi all’epoca moderna, bisogna tornare alquanto indietro nel tempo, addirittura ai primi dell’Ottocento, allorché si cominciò a teorizzare in Germania la necessità della rinascita dello spirito nazionale tedesco umiliato dalle folgoranti vittorie di Napoleone. Inframmezzati agli orgogliosi appelli patriottici di un filosofo come Fichte, si facevano infatti strada gli inviti a utilizzare lo sport come strumento educativo.
In particolare la ginnastica – secondo il vero e proprio fondatore di questo sport, Friedrich Jahn, cui tra l’altro si deve l’invenzione degli attrezzi ancora oggi comunemente usati: la sbarra, le parallele, il cavallo con maniglie – ben si prestava ad abituare i giovani alla vita comune, al senso di identità e di appartenenza, all’uso controllato e perfetto di strumenti quali il cavallo o la sbarra. Formare l’individuo significava dunque formare contemporaneamente anche la società.
Il successo fu rapido: nel 1818 esistevano nella sola Prussia già oltre cento società ginnastiche con seimila iscritti.
Fu così che anche attraverso la ginnastica (e parallelamente attraverso le società di tiro a segno, antenate degli Schuetzen attuali) si consolidò nei decenni una mentalità unitaria tedesca.
Le potenzialità fisiche e culturali della ginnastica furono ben colte anche altrove: in Francia ad esempio dove nel 1829 nacque l’École militaire de gymnastique e, più tardi, nel 1873 l’Union des Sociétes de Gymnastique de France che si diede per motto le tre parole “Patrie, Courage, Moralité”. Ma anche nei paesi di lingua slava le società ginnastiche (Sokol in Boemia) divennero presto strumento di diffusione degli ideali nazionali e patriottici contro il multinazionale impero degli Asburgo.
In Italia i primi a muoversi furono i piemontesi. Nel 1833 fu chiamato a Torino come istruttore lo svizzero Rudolf Obermann, per il quale il fine della ginnastica era quello di “condurre l’individuo alla piena conoscenza delle sue forze fisiche ed a destare per tal modo in lui quel coraggio morale che ne è una notevole conseguenza”.
Negli anni del Risorgimento e nei primi anni di vita dello Stato liberale la ginnastica fu incoraggiata anche come occasione per quell’educazione premilitare (fisica e mentale) di cui tanto sentiva il bisogno un paese ancora privo di una propria reale unità e stretto tra vicini tanto più potenti. Fu tra l’altro un ministro di grandissimo prestigio culturale e letterario, Francesco De Sanctis, a promuovere i primi corsi di aggiornamento per i maestri elementari (1861) oltre che a introdurre nelle scuole la “ginnastica educativa” (1878).
Nel 1869 nasceva la Federazione Ginnastica Italiana, seguendo le orme di analoghe istituzioni nazionali come il Tiro a Segno nazionale (1861) e il Club Alpino Italiano (1863).
Nel 1844 era già nata la Società Ginnastica Torino, cui si affiancarono via via – soprattutto negli anni dal 1863 al 1870 – analoghe società a Padova, Este, Genova, Firenze, Mantova, Verona, Modena, oltre che nelle irredente Trieste e Gorizia.
Al 1870 risale la fondazione a Milano della Forza e Coraggio, dapprima con il nome di Società Ginnastica Milanese, poi con la definizione destinata a diventare famosa in seguito alla scissione del 1883 che fu alle origini della rivale Pro Patria.
Celebrata da romanzieri illustri come Edmondo De Amicis nel suo romanzo Amore e ginnastica (1892) – la cui protagonista, la bella e atletica maestra Maria Pedani ne è un’autentica missionaria -, la ginnastica fu dunque considerata nell’epoca dello Stato liberale un potente strumento educativo e non solo un’occasione ludico-sportiva.
Del resto nello Statuto federale della FGI la si definiva chiaramente come “mezzo di educazione fisica, morale e militare del Paese”.
Né si può dimenticare l’onore in cui la ginnastica veniva tenuta dagli stessi sovrani di casa Savoia. Anzi, re Umberto I fu assassinato il 29 luglio 1900 a Monza proprio all’uscita dalla palestra della Società ginnastica monzese dopo aver distribuito i premi del Concorso provinciale di ginnastica appena conclusosi. Le tavole a colori riprodotte sui settimanali illustrati di quel tempo mostrano il re in carrozza colpito dall’attentatore Bresci mentre è ancora attorniato da ginnasti in divisa sportiva.
Anche il fascismo comprese per tempo l’importanza della ginnastica, favorendo i saggi collettivi che oltre ad instillare il senso della disciplina e dell’ordine, ben si prestavano anche a straordinarie coreografie. Le cronache di quegli anni sono ricche di descrizioni di imponenti spettacoli con migliaia di partecipanti.
Anche a Legnano si svolsero negli anni Trenta saggi collettivi e gare ginniche, la cui storia è ancora tutta da scrivere. Proclamava intanto uno dei massimi intellettuali del fascismo, Giovanni Gentile: “L’educazione fisica non si aggiunge all’educazione dello spirito: è anch’essa educazione dello spirito. Essa è la parte fondamentale di questa educazione; poiché il corpo è il fondamento della nostra spirituale personalità [...] Essa non si promuove soltanto con la ginnastica; anzi, non si promuoverà di certo con questa, finché la ginnastica sarà intesa come altra cosa dal resto dell’educazione, con un fine a sé e un contenuto eterogeneo rispetto all’educazione spirituale propriamente detta”.
Malgrado questi proclami e questa lunga tradizione, la ginnastica restava allora sport sostanzialmente di piccole élites. Già negli anni del fascismo calcio, ciclismo e pugilato avevano raggiunto vette di popolarità e di pratica irraggiungibili dai ginnasti, mentre gli sport motoristici accendevano sempre più le fantasie di giovani e adulti.
Come spesso accade (anche oggi) non bastavano i successi a ripetizione dei ginnasti azzurri nelle massime competizioni internazionali per vincere diffidenze e pigrizie.
Eppure alle Olimpiadi l’Italia aveva trionfato ben quattro volte nel concorso generale a squadre (1912, 1920, 1924, 1932), mentre Braglia si era assicurato l’oro individuale nel 1908 e nel 1912, Zampori nel 1920 e Neri nel 1932. Lo stesso Neri era salito sul gradino più alto del podio per le parallele nel 1932, mentre Martino si era aggiudicato la prova agli anelli nel 1924 e Guglielmetti quella del volteggio sempre nel 1932.
Ma, lo si sa, i conti con le medaglie olimpiche si fanno solo ogni quattro anni…
Tag: Ginnastica, sport, Storia